(da Il Resto del Carlino di Reggio Emilia)
Andrea Di Giandomenico è il “Miglior allenatore di rugby femminile al mondo”, secondo la rivista inglese ScrumQueens che costituisce il punto di riferimento mondiale per la palla ovale rosa. “Un capitano interpido al timone della squadra azzurra, stimato da tutti e adorato dalle sue giocatrici”, recita il riconoscimento. Il coach azzurro è nato a L’Aquila ma da venti anni vive felicemente nella nostra città.
Orgoglioso di un riconoscimento così importante?
“Molto, naturalmente. E’ chiaro però che il premio deve andare a una singola persona ma dietro quella persona c’è un intero staff che lavora bene e soprattutto ci sono le giocatrici. Perché tutto alla fine si riduce a loro, alle giocatrici; sono loro che conquistano i risultati (Rigoni e Franco sono state inserite nel Best XV dell’anno da ScrumQueens, nota di rugby.it). Però, sì, sono molto lusingato, non lo posso negare”.
Reggio sarà per sempre la sua città o sogna di tornare a L’Aquila?
“Vivo a Reggio da venti anni, da quando sono arrivato alla Canalina come giocatore. Non abbiamo programmi sul futuro; la mia compagna lavora qui, mio figlio va a scuola qui, Reggio è la nostra città. Se mio figlio gioca nel Valorugby? No, sta ancora sperimentando: ha giocato a calcio, a pallanuoto… arriverà anche al rugby”.
Nella città del “migliore allenatore al mondo” manca paradossalmente una squadra di rugby femminile. Pensa che ci siano le basi per poter iniziare a costruirne una, in un prossimo futuro?
“Colorno, non distante da qui, ha una squadra senior e una junior molto competitive, con alcune ragazze reggiane. A Parma giocava Rebecca… Il punto di riferimento del territorio in questo momento è proprio l’area parmense. Come Federazione stiamo cercando di diffondere e rafforzare il rugby ovunque ma non sempre basta l’impegno, occorre anche aspettare con pazienza le condizoni giuste. A Reggio siamo venuti due anni fa con la squadra per affrontare al Mirabello nel Sei Nazioni l’Inghilterra; fu un momento secondo me suggestivo e forse la base per far nascere qualcosa. Ma, ripeto, occorre avere pazienza”.
E’ passato un anno e mezzo dal dramma di Rebecca Braglia, alla quale è dalla primavera scorsa dedicato il premio per la migliore giocatrice del campionato; come ha vissuto e assorbito quella tragedia il rugby italiano?
“E’ stato un dolore terribile. Io conoscevo già la famiglia, lei, i fratelli… La vera forza dopo quello che è successo è stata proprio la famiglia, sono stati loro ad aiutare il movimento e non il contrario. E’ come se si fossero messi davanti, per proteggere gli altri. Sono stati la forza che ci ha aiutato”.
Torniamo alla nazionale: ripetere nel Sei Nazioni l’incredibile secondo posto dell’anno scorso sarà difficilissimo.
“Sappiamo bene che il torneo delle Sei Nazioni è molto impegnativo. Questa sarà anche un’annata particolarmente lunga perché in autunno avremo pure le qualificazioni mondiali (contro Irlanda, Scozia e Spagna, ndr). Noi cerchiamo sempre di rimanere concentrati e di giocare al meglio; abbiamo tante giovani e l’importante è far fare esperienza a queste ragazze. I risultati in un certo senso vengono dopo, sono sempre venuti dopo. Fondamentale è rimanere concentrati; i risultati ne sono una conseguenza, non l’obiettivo”.
Sei Nazioni o qualificazioni mondiali: qual è l’obiettivo primario?
“Eh… difficile rispondere. Qualificarsi alla Coppa del Mondo è molto importante e quindi verrebbe da dire che l’obiettivo è quello, però il Sei Nazioni ha sempre un fascino enorme. La sua storia, l’atmosfera… Ogni partita del Sei Nazioni è una realtà importante in sé e per sé, ancor prima della classifica”.
Tra le convocate del raduno che inizia oggi a Parma ben sei esordienti: Arpano, Giulia Cavina, Skofca, Vitadello, Ostuni Minuzzi e Tizzano. Significa che la base di giocatrici sta crescendo?
“Sì, la base si sta ampliando, anche se rispetto a nazioni come Francia e Inghilterra i numeri rimangono bassi. Stiamo crescendo anche dal punto di vista della qualità, non solo della quantità. Questo è merito soprattutto dei club: degli allenatori, dei preparatori, dei dirigenti, di tutte quelle persone che stanno facendo crescere, ognuno nella propria realtà, il movimento”.
Nello staff azzurro ha formato una bella coppia con Tito Cicciò, vice coach e anche lui ex rossonero. Giocavate insieme nel Majorca Rugby Reggio, se non ricordiamo male.
“In realtà quando sono arrivato a Reggio lui era già divenuto allenatore, non abbiamo giocato insieme. Poi abbiamo compiuto entrambi i nostri percorsi, in parte paralleli, e ci siamo ritrovati in azzurro con la nazionale femminile. Sicuramente siamo ben affiatati”.
La nazionale è ancora dipendente da Barattin, Furlan e dal gruppo delle altre veterane?
“Purtroppo Furlan (nella foto in cima e qui sotto, al termine di una partita dello scorso Sei Nazioni) si è infortunata a una spalla e non potrà fare il Sei Nazioni. Sicuramente le giocatrici più esperte sono ancora fondamentali ma dietro abbiamo tante ragazze di qualità ed è bello vederle crescere e sapere che anche loro sono già diventate importanti per la squadra”.
