Nazionali

Italia: un lungo viaggio per arrivare a Parigi

Written by Rugby.it

L’Italia e la sua nazionale: una storia da raccontare, dalla culla al 6 Nazioni

E’ una lunga storia d’amore, e non sempre amore corrisposto, quella fra l’Italia e la palla ovale, un amore a fasi alterne che si consuma da oltre un secolo, da quando, cioè, questo strano attrezzo sbarcò al porto di Genova, sul finire del XIX secolo, portato dai marinai inglesi che lì, spesso, facevano scalo. Fu, però, quello un incontro fugace, una di quelle storie senza seguito, perché l’amore vero doveva arrivare da una direzione altra e, soprattutto, avvalersi di un Cupido assolutamente nostrano.
Gli albori

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Si chiama Stefano Bellandi l’italianissimo profeta e pioniere del rugby nella penisola, un cremonese emigrato in Francia e che, tornando d’oltralpe, riportò con sé l’amore per questo strano gioco, imparato in un paese che, a sua volta, se n’era innamorato da poco. Bellandi creò la prima società rugbystica a Milano, come sezione di una squadra calcistica locale e, nel 1911, all’Arena civica meneghina si svolse il primo incontro ufficiale di rugby fra U.S. Milanese (che vediamo nella foto; Bellandi è in piedi a sinistra) ed una compagine francese che prevalse per 15-0. L’anno successivo, a Vercelli, si svolse un altro incontro con l’ U.S. Chambery (vittorioso per 12-3), ma poi fu il primo conflitto mondiale ad interrompere la crescita del rugby italico. Le radici, però, dovevano essere sufficientemente forti, perché l’amorevole “giardiniere” Bellandi riuscì, nel dopoguerra, a rimettere in piedi una squadra appoggiandosi allo Sport club Italia, squadra che riuscì a far parlare di sé la stampa dell’epoca, grazie anche all’indefessa attività (che oggi definiremmo di lobbying) dello stesso Bellandi. Nacque, così, un comitato di propaganda, nel 1927 che portò alla creazione della Federazione Italiana Rugby nel 1928.
Gli anni del “ventennio”

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La neonata federazione si diede immediatamente da fare per creare un primo campionato nazionale ed una rappresentativa nazionale, che vide la luce il 20 maggio 1929, quando scese in campo a Barcellona contro l’altrettanto debuttante selezione spagnola, che si impose per 9-0; un anno dopo, a Milano, ci fu la rivincita e gli italiani si imposero per 3-0. Era la nazionale dei famosi fratelli Vinci (II, III e IV) di cui su queste pagine già si è parlato e che vediamo in foto. La Federazione, che, nel frattempo, era passata attraverso le autarchiche denominazioni di Federazione Italiana Palla Ovale e Federazione Italiana Rugbi (sic!) riuscì a portare la propria rappresentativa a confrontarsi con le più forti realtà continentali, conseguendo una messe di incoraggianti successi. L’attività internazionale si svolse anche sul piano della politica sportiva, arrivando, il 2 gennaio del 1934, alla fondazione di una federazione alternativa alla IRB di matrice britannica, con la costituzione a Parigi, insieme a Francia e Germania, della Fédération Internationale de Rugby Amateur (FIRA), di fatto l’embrione di un campionato europeo cui l’Italia prenderà parte fino al 1997. La seconda guerra mondiale rese molto difficile la prosecuzione dell’attività del campionato e della rappresentativa nazionale, che, però, riuscì in qualche modo a proseguire anche perché ben visto dal regime che, in una prima fase, lo aveva osteggiato per la sua origine nella “perfida Albione”. Fu il segretario del PNF Achille Starace a sdoganarlo sostenendo, stentoreamente come usava allora: “Il giuoco del rugbi, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso fra la gioventù fascista!”.
Il dopoguerra

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Già nel 1946 riprese l’attività del campionato, mentre la nazionale dovette aspettare il 1948 per riaffacciarsi all’onore del mondo con due partite: una sconfitta contro la Francia B a Rovigo (6-39) e una vittoria contro la Cecoslovacchia a Parma (17-0). La guida tecnica della nazionale durante questi anni cambia spesso; si tratta spesso di andate e ritorni di tecnici che siedono sulla panchina per poco, per poi tornare, magari in coppia con altri che già avevano fatto la stessa cosa. In questo periodo emerge quella che, per molto tempo, sarà la principale avversaria dell’Italia a livello continentale (a parte l’inarrivabile Francia e le sdegnose britanniche, che rivali nostre non ambivano affatto ad essere), vale a dire la Romania. I carpatici contenderanno per lungo tempo agli azzurri la piazza d’onore nella coppa FIRA, arrivando persino a battere i francesi ben prima di quando riuscimmo a farlo noi. La consapevolezza di non riuscire a crescere rimanendo confinati in questo piccolo ambito portò all’organizzazione nel 1956 di un primo tour informale senza l’onore della qualifica di test match ufficiali nelle isole britanniche, contro rappresentative locali di Swansea, Cardiff e contro i London Harlequins; si trattò di tre sconfitte, ma con punteggi e spunti davvero incoraggianti. Il buon esito del tour portò alla sua ripetizione due anni dopo, nell’ambito del quale gli azzurri riuscirono persino a cogliere una vittoria per 5-3 contro gli irlandesi del Cork. Tuttavia, nonostante questi miglioramenti, l’Italia continuava a rimanere nella serie B continentale: le nazionali britanniche si rifiutavano di incontrarla in test ufficiali e la Francia, unica che si degnava, ci batteva regolarmente, spesso schierando anche formazioni di ripiego . Unica avversaria vera, come detto, era la Romania, stante la siderale inferiorità delle altre squadre europee. Un primo squillo che preannunciò il tentativo di uscita da questo scomodo limbo si ebbe il 14 aprile 1963, quando gli azzurri, fra i quali esordiva un giovane genovese di nome Marco Bollesan (foto sopra), e con in campo un leader come il mediano di mischia napoletano Elio Fusco fu a un passo dal vincere: a pochi minuti dalla fine condceva 12-6, ma subì una meta trasformata (allora valeva 5 punti) ed un piazzato che ribaltarono il punteggio sul 14-12. Impareremo a conoscere sia il nome di Marco Bollesan che il nome della città in cui il match si svolse: Grenoble!
Nel biennio 1966/67, però, una lunga serie di inattese sconfitte frustrò le aspirazioni dell’Italia a crescere verso livelli più alti, tanto che la Francia non concesse più test match all’Italia, schierandoci contro la propria rappresentativa A.
Gli anni ‘70
Il decennio si apre con l’organizzazione di un tour prima in Madagascar e poi in Sudafrica; capitano di quelle formazioni è Marco Bollesan. Gli incontri danno risultati lusinghieri che riescono a ridare fiducia alla nostra nazionale e gli permettono di riprendere un lento cammino di crescita. Nel ’74 e ’75 si organizzano anche torur in Inghilterra e Scozia, dove raccogliamo una sola vittoria, ma le partite mettono in mostra notevoli progressi sul piano del gioco ed una capacità di confrontarsi superiore al passato. Nel ’75-’76, così, ci riaffacciamo al secondo posto in coppa FIRA battendo la Romania, che non molto tempo prima era stata in grado di battere i francesi “veri”, e riusciamo persino ad incontrare in un match non ufficiale l’Australia, che vince solo per 16-15. L’anno successivo, però, gli azzurri conoscono un’altra delle loro tragiche battute d’arresto, perdendo sempre in coppa FIRA con il Marocco. La sconfitta porterà all’esonero del tecnico gallese Roy Bish e alla sua sostituzione con “Doro” Quaglio, che, però, dovrà subire a sua volta un clamoroso rovescio, una sconfitta addirittura per 69-0 con la Romania che segnerà anche per lui la fine dell’avventura azzurra dopo due soli match ed un mese di incarico. In quegli anni, però, si assiste ad un notevole sviluppo dell’attività dei club, che iniziano ad ingaggiare giocatori stranieri di grande valore e che innalzeranno anche il livello di gioco dei nostri.
Gli anni ‘80

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All’inizio del decennio alla guida degli azzurri c’è un bravissimo tecnico francese, Pierre Villepreux, che cura in maniera maniacale la tecnica individuale dei giocatori e cerca di spingerli all’inventiva e all’iniziativa individuale, pur all’interno di uno schema di gioco. In questi primi anni vengono organizzati tour in Oceania proprio per confrontarsi contro scuole basate su quei presupposti. L’Italia, durante il decennio, cresce, anche dopo l’addio di Villepreux, dal cui lavoro germineranno frutti copiosi. L’Italia sarà, così, nel 1985, fra le nazioni invitate alla prima Coppa del Mondo che si svolgerà nel 1987. Un altro invito importante, a conferma che qualcosa si stava muovendo, provenne sempre nel 1985 niente meno che dagli inventori del gioco: l’Italia fu invitata a giocare a Twickenham contro l’Inghilterra B, che si impose per 21-9. La visita fu restituita a Roma l’anno successivo e l’Italia colse un pareggio per 15-15. Il 22 maggio 1987 fu una data storica sia per l’Italia che per il rugby: si giocava il primo match di Coppa del Mondo della storia e, in quel match, c’era anche l’Italia che, contro i siderali All Blacks di John Kirwan perse 70-6 subendo 12 mete. A decidere l’eliminazione dal torneo fu, però, la sconfitta con l’Argentina per 25-16. A guidare la squadra in quell’avventura fu Marco Bollesan, che lascerà la guida a Cucchiarelli alla fine dell’anno successivo.
Gli anni ’90 ed il “salto”

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Gli anni ’90 furono quelli del salto che portò la nostra squadra, dopo un lungo e accidentato cammino, ad approdare nelle zone nobili del rugby mondiale, a confrontarsi da pari a pari con le grandi potenze di questo sport. Nel frattempo, dopo Cucchiarelli, era arrivato un altro francese a guidare gli azzurri, Bernard Fourcade, che ci portò al mondiale 1991 in Inghilterra, dove fummo eliminati da due prevedibili ed onorevoli sconfitte contro Inghilterra e Nuova Zelanda. Dopo Fourcade fu un altro transalpino, Georges Coste, a prendere le redini della squadra, puntando la sua attenzione, soprattutto, sull’aspetto più carente del gioco azzurro, cioè quello del reparto arretrato. Si partì con una serie di vittorie in coppa FIRA, culminate con la storica e prima vittoria contro una squadra francese, la Francia A1 per 16-9. Ci furono anche tour oceanici con buoni riscontri sul piano del gioco. Stava nascendo una squadra davvero forte ed in grado di farsi rispettare. Si arrivò, così, anche alla prima storica vittoria contro una squadra britannica, l’Irlanda, battuta a Treviso il 6 maggio 1995 per 22-12. Sempre nel 1995, in Sudafrica, si svolse la terza edizione di Coppa del Mondo, dove la partecipazione dell’Italia mostrò luci (una sconfitta stretta con l’Inghilterra e una vittoria con l’Argentina) e ombre: la sconfitta con Samoa che ci precluse il passaggio del turno. La nazionale, comunque, stava crescendo, prova ne sia che, ormai, le altre grandi sia del nord che del sud del mondo non rifiutavano più di incontrarla e, spesso, in questi incontri, gli azzurri venivano sì battuti, ma quasi sempre battendosi in modo da tenere il campo con onore e dignità. Si, eravamo pronti per il salto di cui si parlava, e fu la coppa FIRA del biennio ‘95/’97 a fare da piattaforma per quel salto. L’Italia, ormai consapevole del livello raggiunto, iniziò a comportarsi “da grande”: inviava una squadra “emergenti” a giocare contro avversarie palesemente inferiori, usando la prima squadra per i match con le pari livello. In attesa della finale da giocarsi contro la Francia come al solito, l’Italia si dedicò ad irrobustire il proprio curriculum internazionale: il 4 gennaio del 1997, a Lansdowne Road gli azzurri battono gli irlandesi per 37-29, segnando ben 4 mete contro una sola dei verdi. Si arrivò così al fatidico momento della finale di coppa FIRA contro la storica rivale francese. Questa volta, anche per via di una promessa fatta dal presidente della FFR Lapasset a quello italiano Dondi, la Francia schierò la sua nazionale che aveva appena vinto il 5 Nazioni con grande slam, dando al match la qualifica di test ufficiale. I francesi non vollero, però, concederci l’onore di giocare al “Parc des Princes” ripiegando su una sede che, nel nostro cammino, avevamo già visitato: lo stadio Lesdiguiéres di Grenoble. Quel giorno, quell’indimenticabile 22 marzo 1997 la squadra di Coste (Pertile, Vaccari, Bordon, I. Francescato (24’ Mazzariol), Marcello Cuttitta, Dominguez, Troncon (39’ Guidi), Gardner, Giovanelli, Sgorlon, Cristofoletto, Croci, Properzi, Orlandi, Massimo Cuttitta), contro ogni pronostico conquistò una straordinaria vittoria per 40-32, andando in meta con Ivan Francescato, Paolino Vaccari, Julian Gardner e la meravigliosa azione che portò alla meta di Giambattista Croci. Questo trionfò portò alla decisione che, nel 1998, spalancò all’Italia le porte del 5 Nazioni, da lì in poi 6 Nazioni, in cui esordimmo il 5 febbraio del 2000, allo Stadio Flamino di Roma battendo la Scozia, vincitrice dell’ultimo 5 Nazioni, per 34-20.
Il resto è storia degli ultimi 16 anni, un po’ belli e un po’ brutti e che tutti ricordiamo, ma mi sembrava giusto rendere omaggio anche a coloro che ci hanno portato fin qui.
jpr

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