Rugby World Cup 2019

Un Mondiale da ricordare

Scritto da Rugby.it

Questa nona coppa del mondo ci ha offerto tante azioni, episodi e immagini da ricordare. Tutti noi rammenteremo cose un po’ diverse l’uno dall’altro. Queste sono quelle che conserverò nei ricordi io, redattore n° 3/b di rugby.it.

1) LE MASCOTTE. Ren e G sono le mascotte più bruttine che si siano mai viste, però almeno sono un po’ originali. Si pensava che potessero diventare popolari proprio in virtù della loro discutibile avvenenza, invece mi sembra abbiano avuto scarso successo: raramente nelle immagini tv si sono visti apparire magliette o gadget con questi due personaggi, e non abbiamo notato bambini giapponesi con in mano i loro peluche (però io ne avrei tanto voluto uno). Probabilmente la maggior parte dei tifosi nemmeno sa o ricorda che si chiamano Ren (quello con le “orecchie” bianche) e G (con le orecchie rosse). Nelle fantasie su una futura Coppa del Mondo italiana abbiamo immaginato come mascotte un cavalluccio marino azzurro di nome Ivan: cavalluccio marino perché il profilo geografico dell’Italia, isole comprese, ricorda la sagoma di quell’animale, azzurro per il colore delle maglie della nazionale, Ivan come Francescato.

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2) IL SERVER. Sfortunatamente il vecchio server sul quale sono ospitati il nostro forum e la nostra pagina di notizie continua a boccheggiare. Ha tanti anni di servizio come un vecchio mulo esausto e di tanto in tanto crolla al suolo, soprattutto se attaccato dai soliti hacker che non hanno nulla di più costruttivo da fare. Se hagibis ha fatto annullare la partita per noi più attesa, Italia-Nuova Zelanda, gli hackers hanno fatto cadere il forum proprio nei giorni culminanti, quelli delle finali per il terzo e primo posto.

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3) TJ PERENARA. Sua la meta più bella dei Mondiali. Realizzata contro la debole Namibia, è vero, ma le prodezze gestuali che si susseguono in quella folata sulla fascia sinistra, con un passaggio in caduta, uno dietro la schiena e un tuffo a fil di fallo laterale per segnare alla bandierina, le hanno giustamente meritato il premio Try of the Year. Tra i candidati a quel titolo c’era anche una meta di Sergio Parisse, segnata alla Russia e propiziata da Polledri e Tebaldi con un’azione a tutto campo. Pur sconfitta nettamente in semifinale la Nuova Zelanda esce bene da questo mondiale e rimane una delle grandi al Mondo. In fondo gli All Blacks hanno sconfitto il Sud Africa che ha sconfitto l’Inghilterra che ha sconfitto gli All Blacks; le tre regine sono loro, ognuna ha sconfitto ed è stata sconfitta da una delle altre due, la Nuova Zelanda ha solo avuto la “sfortuna” di vincere la propria partita nella fase iniziale.

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4) NIGEL OWENS. Nonostante le critiche ricevute dopo il quarto di finale tra AB e Irlanda (in particolare per un’entratona laterale di Retallick sulla prima meta nera), Owens è parso ancora il miglior fischietto al mondo. A brillare sono forse soprattutto le sue tranquillità e signorilità, che a parità (più o meno) di competenze tecniche gli conferiscono una almeno apparente maggior affidabilità rispetto ad arbitri di minor carisma come Poite, Garces (a lui la finale) o Peyper.

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5) IL GRANDE TIFO/1. Il coinvolgimeno dei giapponesi è stata una delle più belle sorprese dei Mondiali: quasi trentottomila spettatori di media a partita, fan zone spesso popolate (e affollate quando giocava il Giappone) e un buon calore rivolto anche alle nazionali minori. Qualcuno che conosce il Giappone molto meglio di noi ha espresso un giudizio poco lusinghiero, sostenendo che si tratta di una facciata falsa, che i nipponici sono abituati per fedeltà alle autorità a compiacere gli stranieri ma che lo fanno senza sincerità e al solo scopo di trarne degli utili. Speriamo non sia vero, naturalmente; le immagini in arrivo da laggiù ci hanno dato la sensazione di una partecipazione talvolta organizzata (un’intera scolaresca a tifare Italia e un’altra a tifare Namibia, ad esempio) ma comunque autentica.

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6) IL GRANDE TIFO/2. Nel senso di tifone. E’ stato sicuramente l’aspetto peggiore del Mondiale, seppur non imputabile a qualcuno. E’ in un certo senso persin confortante vedere come la natura sia tuttora più potente dell’uomo e che anche una manifestazione importante come la RWC deve sottomettersi alle terribili evoluzioni del cielo, ma quando si legge che il bilancio finale del passaggio del tifone è stato di più di settanta morti (causati dalle alluvioni, più che dal vento) il fascino del fenomeno meteorologico svanisce.

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7) POLLEDRI STEYN NEGRI. La terza linea azzurra “di riserva” è stata la cosa più bella dell’Italia al Mondiale. In particolare contro il Canada i tre back rowers hanno dato una sensazione di potenza e di freschezza al tempo stesso, parendo quasi inarrestabili. Polledri è parso il giocatore più brillante dell’Italia durante l’intera avventura iridata, match agostani di preparazione compresi.

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8) LA CARENA NON ITALIANA DELL’ITALIA. So che sono discorsi poco simpatici e uditi già centinaia di volte ma leggere una formazione azzurra nella quale tutti i giocatori dal 4 al 10 (seconda linea, terza linea, mediana) hanno nascita e formazione straniere non può non suscitare perplessità. Budd, Sisi, Negri, Steyn, Polledri, Braley, Allan. Oltretutto questa carena, questa ossatura della formazione di O’Shea (non italiano anche lui e secondo qualcuno, come me scrivente, la nazionale italiana dovrebbe essere diretta da un italiano) è parsa la vera forza della squadra, poiché la prima linea si è ben difesa ma senza brillare e il reparto arretrato ha alternato buone cose a debolezze. Ora si vocifera di una possibile equiparazione dell’australiano Ioane e del sudafricano Herbst, entrambi Benetton: come sempre ci si dividerà tra favorevoli, tolleranti e contrari, io farò parte di quest’ultimo gruppo.

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9) IL GHIRA. Leonardo Ghiraldini è stato il giocatore azzurro meno utlizzato (zero minuti) ma uno dei fari di questo gruppo al pari di Parisse e Zanni. Non ha protestato con O’Shea per la mancata convocazione nelle prime tre partite e non ha accusato la federazione internazionale per la cancellazione del match con la Nuova Zelanda, nel quale avrebbe dovuto disputare almeno venti minuti. Alcuni giornali stranieri hanno affermato che alla notizia di quell’annullamento Ghiraldini non ha potuto trattenere le lacrime, ma se davvero quelle lacrime ci sono state non ne abbiamo visto un video su facebook, né una foto su instagram né una dichiarazione in merito su twitter. Insomma, Ghiraldini ha saputo assorbire a modo suo anche le avversità di questo Mondiale, dopo quelle dell’infortunio al Sei Nazioni. E, salvo ritorni a sorpresa, ha accettato di salutare il mondo azzurro senza le luci della ribalta, uscendo defilato dalla portineria artisti come soleva fare Giuseppe Verdi.

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10) OMBRELLONE. “Piantare l’ombrellone” è il modo gergale per indicare quell’azione fallosa e decisamente pericolosa che consiste nel sollevare un avversario, ribaltarlo e lasciarlo cadere o addirittura spingerlo al suolo. In un momento di svanita lucidità Lovotti e Quaglio hanno “ombrellonato” Vermuelen, qualche settimana più tardi nominato man of the match della finale, a metà della partita con il Sud Africa, proprio nel momento migliore dell’Italia. Due secondi di follia che hanno fatto da spartiacque all’avventura azzurra: poteva essere ricordato come un Mondiale significativo e positivo per l’Italia, sarà invece rammentato come un Mondiale senza un vero significato per la nostra nazionale, con due troppo rotonde vittorie contro Namibia e Canada, una sconfitta infine netta con il Sud Africa e la sfida svanita alla Nuova Zelanda.

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11) L’AFFONDATA CORAZZATA JONESEMKIN. La Coppa del Mondo sembrava poter tornare a casa, nella terra di William Webb Ellis, di Rugby e di Gilbert: la squadra inglese guidata da Eddie Jones è parsa una inarrestabile corazzata da inizio estate fino alla finale di Yokohama, dopo aver travolto perfino gli All Blacks in semifinale. Ma nell’atto conclusivo il XV della rosa ha trovato una squadra altrettanto ben organizzata e ancor più rocciosa, cedendo pian piano alla potenza e alla bravura tecnica della mischia avversaria fino a colare a picco negli ultimi minuti.

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12) THE SPRINGROCKS. La rocciosa squadra che ha affondato l’Inghilterra è il Sud Africa. Con un gioco più fisico che spettacolare, poco considerati nelle prime settimane rispetto alle “star” Inghilterra e Nuova Zelanda, gli springboks sono arrivati in finale procedendo in modo sotterraneo come minatori. Una sconfitta contro gli AB nella pool, un primo tempo non brillante contro gli azzurri, una semifinale conquistata con grande fatica di fronte al Galles; poi una finale quasi perfetta, vinta prima con la mischia e quindi –una volta costretti gli inglesi a perdere sicurezza e ad abbandonare il game plan di base- con le prodezze di Mapimpi e Kolbe. Terza Coppa del Mondo per il Sud Africa, ora i Boks sono in vetta alla storia del rugby insieme agli All Blacks.

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