Ottime zebre e pochissimo sportivi giocatori. Una rassegna di risposte all’haka (compreso un certo Campese) e una nuova tattica rugbystica: quella del maiale.
Oibò, il colpetto è arrivato: in assenza di tv le Zebrone hanno vinto, e pure in trasferta. Che forse sia la sindrome da guardone a metterci in difficoltà e se ci esprimiamo di fronte a pochi intimi, senza copertura mediatica, le cose vanno meglio? Rinunceremmo pure a qualche diretta se così, fosse, ma intanto…
The Good
A questo giro il Good della settiamna è veramente chiamato. Esiste una squadra più fuori di cotenna di questa (parliamo ovviamente delle Zebre)? Dà biada a Connacht arrivando quasi al bonus in un tempo. Prende pialloni clamorosi un mese dopo dallo stesso Connacht e in molte altre partite. Poi improvvisamente entra in uno dei tempi del rugby, quelli in cui ti dovrebbero tremare i polpacci anche se di fronte a soli 3 mila fedeli, e lì, per di più in rimonta e con colpetto finale al 78esimo, porta a casa una bellissima vittoria. Sappiamo che certe squadre non sono forti come altre, che giocare con Edimburgo è relativamente più “facile” che con altri team, ma ancora una volta la sensazione che poi così tanto inferiori non siamo è stata suffragata dalla bella prova in terra scozzese. Le Zebre per altro vi arrivavano già in piena emergenza, con due diciannovenni dell’Accademia in panchina e un solo tallonatore tarato per questi livelli. Ma forse è proprio nel momento del bisogno che si vede un amico, e l’amica zebra ha detto ihh hooo (pare che la zebra, da buon equide faccia un verso a metà tra il merlo e l’asinello, o almeno così dice qualche oscuro link della Rete, per altro privo di alcuna attendibilità scientifica e non verificato dal sottoscritto).
The Bad
Agli arbitri capita di prendere qualche cantonata, sono umani. Se pensate che i nostri arbitri italiani “no buoni per rugby”, secondo il vostro umile redattore sbagliate di grosso. Sono ad un livello buono, certamente migliore di tanti colleghi che anche spesso si vedono calcare con più frequenza i campi celtici e internazionali. Durante la partita Scarlets – Cardiff Blues è capitato un errore davvero grossolano: il direttore di gara ha mal interpretato un’azione e ha dato un giallo a un giocatore che aveva subito un placcaggio senza palla. Non capiamo molto bene cosa abbia visto nell’azione (video qui sopra) ma, appunto, arbitrare humanum est, e nessuno scandalo per l’errore.
Il bad però va al pessimo comportamento del giocatore di Cardiff. Si rialza e con patetico gesto di mano chiede il giallo per il suo avversario quando sa benissimo che ha torto marcio e che il fallo era suo (o – comunque – della sua squadra). Un atteggiamento che molti rugbysti definirebbero da “pallatondari” ma che è banalmente anti-rugbystico e anti-sportivo e dunque non ci appartiene. L’errore arbitrale ha dato 10 minuti immeritati di inferiorità agli Scarlets ma il comportamento del cardiffiano andrebbe punito con una bella squalifica. Due, tre giornate per dare una sistemata a chi in campo si sente più furbo degli altri…
La tattica del Maiale
Chi scrive è un pacifico pacifista, ha fatto il servizio civile, non ama milizie e armamenti. Ma durante una placida giornata di ottobre, visitando il Museo della scienza e della tecnologia di Milano, ha visto il mezzo sottomarino chiamato Maiale (tecnicamente “siluro a lenta corsa”). Una roba da matti da utilizzare: una specie di silurone con elica da montare a cavalcioni da 2 sub dotati di respiratore che serviva per azioni di sabotaggio e incursione (in sostanza ci si avvicinava alle navi da colpire e si ponevano cariche direttamente sulle carene) e che fece danni notevoli alla marina inglese ad Alessandria d’Egitto (l’episodio più celebre) nella seconda guerra mondiale.
La nostra storia militare cita spesso grandi imprese individuali, meno spesso grandi vittorie collettive. Ci si ricorda della disfatta di Caporetto o di quella di Custoza ma poi ci si ricorda anche di Garibaldi e dei Cacciatori delle Alpi o delle imprese fatte utilizzando questi micro-sommergibili. Ecco, lungi dall’esaltazione militarista che, ripetiamo, non ci appartiene minimamente: ma l’equiparazione tattica forse è fattibile. Se in campo non siamo portati a grandi orchestrazioni, se ci manca uno spirito di sistema, se pecchiamo di armonia e di senso del tutto e immediata comprensione del globale, magari possiamo esaltare la scaltrezza della tattica inaspettata, del gioco di rimessa, dell’azione garibaldina e improvvisata. Sono gli stessi All Blacks che segnano quasi sempre con azioni di recupero, magari dopo 10 minuti a placcare, partendo da gioco rotto. Impariamo la tecnica del maiale: silenziosa, individuale, scaltra, attenta a massimizzare ogni minima debolezza altrui e ad approfittare dei rarissimi momenti in cui gli altri sono in pausa tè (tradotto: i rarissimi momenti in cui sono distratti).
Come rispondere all’haka
Come rispondere all’haka non è sicuramente un argomento che metteremmo tra i primi e più vitali del mondo. Ma è comunque una curiosità, cui storicamente si sono date le più svariate alternative di risposta:
- fare un altra danza
- fare brutte facce
- fare finta di niente come se i neri non esistessero
- ridacchiarsela
- stare in cerchio fingendo di ignorarli
- avanzare compatti faccia a faccia
- cantarci sopra qualcosa di alternativo
- andare ad allenarsi a calciare drop (come il grande David Campese)…
Questo video ce ne mostra alcune tra cui scegliere, visto che non abbiamo una nostra danza personale come i pacifici, forse potremmo banalmente utilizzare, tra due settimane, la risposta cantata, con un bel e sonoro inno di Mameli a tutto Olimpico.
Invece probabilmente si risponderà con un bel silenzio, che comunque è una risposta. Basta non essere impauriti contro di loro ma giocarcela al meglio e al massimo. E forza Tutti Azzurri!
joseph k.
Foto copy Stefano Del Frate (https://www.flickr.com/photos/stefanodelfrate/, http://www.stefanodelfrate.com/).