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The good & The bad

All Blacks
Scritto da Rugby.it

Alla fine il giorno atteso e temuto è arrivato, e alla fine è andata come doveva andare. Una giusta mazzata e una sonora (ma bella) lezione di rugby ricevuta da una squadra in tutto più forte.

The good

Il popolo del rugby italiano. Perdiamo un 90% di partite, spesso molto male: eppure lo Stadio Olimpico è sempre pieno. Certo qualcuno dirà “contro gli All Blacks è facile”, altri si lamenteranno, scioccamente, dei neofiti che vanno a vedere il 6 Nazioni ma non le partite di campionato (come se fosse una colpa e come se anche solo vedere l’Italia, sacrificando soldi, fatica, fegato, non sia un motivo di merito).

Ecco, questo popolo del rugby che festeggia, fa silenzio sulla haka, fa la hola (sì, la hola rompe le scatole pure a noi, ma che diamine, lasciamo qualche fonte di gioia a questi poveretti), festeggia in sollucchero per una metina nostra contro le 10 prese. Questo popolo che spinge e tifa gli Azzurri anche sotto di 50 a 3, che è ricco di bambini e ragazzi, come sabato: questo popolo è una risorsa, un vero 16esimo uomo in campo che gli altri 15 devono fare di tutto per meritare.

The bad

La gestione. Molti italici sono felici quando i nostri emigrano. Spesso poi ce li ritroviamo a pascolare in tribuna e a giocare pochissimi minuti, oppure a essere spremuti come limoni, magari in periodi limitati di tempo che ce li rimandano in nazionale rotti o fuori forma.

Ovviamente tutto questo avviene anche da noi, vedasi il caso di Ale Zanni, utilizzato tantissimo e ultimamente sempre rotto. Le gestione dei giocatori è un grande dilemma e una grande sfida nel rugby iper-distruttivo dei giorni nostri, dove in un anno almeno un infortunio ti capita. Si è correttamente deciso di lasciare a casa dai tour estivi qualche big che necessitava di riposo (Parisse, Minto, Ghiraldini…) ma questo non ha impedito di riavere Zanni rotto e Ghiraldini pure. Purtroppo abbiamo Zanni, Morisi, Campagnaro, Ghiraldini, Sarto, cioè 5 nostri top player – merce rarissima – infortunati. Ad essi si è aggiunto Lovotti che ha dovuto giocare 79 minuti contro gli AB e che si è fatto male (salterà il resto dei test match). Non abbiamo capito molto questa scelta, in panca c’era l’eccellente (nel senso di “proveniente dall’Eccellenza”) Sami Panico, già visto in azzurro ma che evidentemente non si riteneva pronto per la partita.

Cane che si morde la coda: abbiamo necessità di gestire e fare tournover ma abbiamo pochi giocatori di alto livello, molti dei quali non controllabili direttamente perché stanno all’estero. Però un caso come quello di Lovotti forse si poteva evitare, facendolo giocare il classico 50-60 minuti, tenendo in panca un Alberto De Marchi, da tempo lontano dai periodi migliori ma con un po’ più di esperienza, oppure lo stesso Quaglio che sta giocando bene in Celtic, facendo giocare Panico titolare con Tonga. Non stiamo affatto parlando male di Sami, ma se lo staff lo ha ritenuto degno di 1 minuto di partita forse non era la scelta migliore per la panchina. Riassumendo: ci viene qualche dubbio che a volte, pur con l’enorme scusante della coperta cortissima, la gestione non sia sempre ottimale.

Il piano era dentro di noi, ma era sbagliato

La risposta è dentro di te: però è sbagliata. Ecco, si è tanto parlato nel post Italia-Uomini neri di una cosa buona, una piccola consolazione che ci è rimasta. Un piccolo elemento positivo sottolineato da molti giocatori, dai coach e anche da qualche commentatore, che poi ha assunto quasi la dimensione di un mantra mistico: “Abbiamo rispettato il piano di gioco”.

Riassumendo, ci pare di aver capito che il piano di gioco degli Azzurri sabato dovesse essere il seguente:

  • tenerli il più possibile nel loro campo
  • sparare palle lunghe nei loro 22 cercando di “costringerli” al mark e magari a darci qualche touche
  • vincere le suddette touche e magari sperare in qualche punizione sul nostro carretto, con conseguente calcio per guadagnare territorio o punti
  • attaccare poco o nulla alla mano e cercare il guadagno territoriale

Questa strategia è stata portata avanti con un rigore quasi certosino, tanto che abbiamo visto 10 repliche totalmente uguali nei calci di restart con pedata in angolo -> calcio fuori degli AB -> touche nostra (spesso pure persa). Il nostro calciare è diventato spesso un ridargli la palla senza portare alcuna pressione, aspettandoli a centro campo, permettendogli di risalire in corsa e di organizzare al meglio sgroppate, linee di corsa e facili incroci. Insomma: un modo per fotocopiare le mete, per replicare un costante ritorno dell’uguale, un copione che ha reso belle le mete AB, ma la partita sostanzialmente banale.

Ecco, come il Quelo del video, forse il piano di gioco l’abbiamo rispettato, ma era quello sbagliato o l’abbiamo eseguito male. Non siamo così ingenui da sostenere che un altro piano di gioco ci avrebbe fatto vincere, perché era una partita dove non avevamo elementi di vantaggio (la mischia soffriva, la touche soffriva, abbiamo sbagliato un terzo dei placcaggi – vedasi stats – il piede non andava). Non stiamo criticando il buon Conor, ci ha giustamente provato ed è all’inizio di una lunga strada. Solo ci pare che questo appigliarsi al piano di gioco rispettato come “cosa positiva” sia involontariamente auto-ironico di fronte al punteggio finale e a quello che tutti hanno visto avvenire in campo.

E spiegateci un po’ che se pò fa’ in sta benedetta maul

La touche cui segue la maul è uno dei momenti più belli del nostro sport. Il carrettone ci ha dato spesso tantissime soddisfazioni ed è una gioia di orchestrazione che, se costruita bene, è molto complicato fermare. Per alcuni la maul è un modo di fare ostruzione legalizzato. Per altri (ad esempio noi) una meravigliosa prova di forza e organizzazione, come la mischia chiusa, un momento ineliminabile del nostro sport.

Però. Però ultimamente non ci si capisce più moltissimo: falli fischiati a chi placca il portatore di palla se non si è formata la maul, squadre che non contendono e pigliano la meta pensando che gli altri non possano andare avanti (il Giappone qui sopra, minuto 1), giocatori che fanno il giro della maul e placcano il portatore, fuorigioco che non si capiscono, interpretazioni arbitrali di azioni uguali (facciamo simili, dai) opposte, cartellini gialli a chi placca dentro la maul non contesa (2-3 volte a Fabiani). Forse occorrerebbe fare un po’ di chiarezza. E se la chiarezza regolamentare c’è già accordarsi sulla comune interpretazione.

joseph k.

Foto copy Stefano Del Frate (https://www.flickr.com/photos/stefanodelfrate/, http://www.stefanodelfrate.com/).

 

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