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Tornando a casa

Scritto da Rugby.it

Qual è la meta del rugby? La storia non risolve il dubbio

Non è facile ricostruire l’albero genealogico del rugby: giochi di squadra con la palla sono presenti in molte culture e in molte epoche ed è complicato individuare la relazione tra questi vari giochi. E’ però possibile affermare con buona sicurezza una parentela tra i grandi giochi collettivi con palla del medioevo e il rugby. I grandi giochi ai quali ci riferiamo erano diffusi soprattutto in Gran Bretagna, avevano nome diverso da zona a zona (shrovetide, hugball, la soule…) e opponevano tutti gli abitanti di due villaggi, o almeno tutti gli abitanti maschi adulti; lo scopo era portare un pallone a una certa meta prefissata –le due squadre avevano mete opposte- e per far ciò ogni mezzo non troppo violento era lecito. Spalle si lussavano con frequenza, polsi si rompevano, fronti si spelavano. Solitamente la meta –il termine usato allora era goal– era raggiunta con enormi, lentissime e sfiancanti maul, alternate a pochi lanci del pallone.
Una delle località dove più intensa ribolliva la tradizione di questo gioco era Ashbourne, nel Derbyshire, il cuore dell’Inghilterra; qui la contesa era un rito annuale in programma tra martedì grasso e mercoledì delle ceneri. Il termine derby per definire una sfida sportiva tra due squadre confinanti deriverebbe proprio da questi duelli nella contea di Derby.
Come si giocava? Una palla di pelle imbottita o di legno era lanciata in aria in un punto a metà strada tra due villaggi o due realtà cittadine e i contendenti dovevano cercare di catturarla e di portarla con le mani alla propria meta, superando piccole colline, siepi e canali.
Di solito –e questo è il punto che qui ci interessa- il villaggio nel quale si doveva portare la palla era quello avversario (le porte che oggi vediamo sui campi di calcio e rugby erano probabilmente agli albori le porte d’entrata del paese) ma in alcune varianti del gioco l’obiettivo era opposto e consisteva nel portare la palla al proprio villaggio. Non invadere, ma tornare a casa.
E’ difficile sapere a quale delle due versioni si rifaccia il rugby odierno, se a quella “di conquista” o a quella del ritorno a casa: troppi anni sono passati e il significato di quelle sfide tra paesi era probabilmente già evaporato nell’800, ai tempi del football e poi del rugby football. Ma è bello pensare che, inconsciamente, sottotraccia, lo scopo del rugby sia rimasto quello di riportare la palla a casa. I pali verso i quali corriamo indicherebbero così il luogo nel quale tornare, non un territorio da conquistare.
 Cosa rappresenti la palla, ognuno può deciderlo: un tesoro, un bambino, un fagotto di cibo per i compaesani affamati…
Questa ipotesi del “ritorno al villaggio” rivelerebbe anche un rugby più vicino all’indole di noi italiani, poco inclini a conquistare la casa altrui ma pronti a lottare, molto duramente, per tornare alla nostra.

(gorgo)

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